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		<title>I SICARI DELLA TERRA.</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Dec 2011 18:10:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eldarin</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:left;" align="JUSTIFY"><a href="http://eldarissa.files.wordpress.com/2011/12/img_9797.jpg"><img class="aligncenter  wp-image-307" title="IMG_9797" src="http://eldarissa.files.wordpress.com/2011/12/img_9797.jpg?w=717&#038;h=477" alt="" width="717" height="477" /></a><span style="font-size:small;">La terra, la proprietà, il figlio a studiare fuori, la vita a spezzarsi la schiena e, quando non si lavorava, a inchinarsi davanti ai medici condotti, ai farmacisti, ai veterinari, ai sindaci. Il cappone a Natale, le mogli a mangiare in piedi, vicino alla porta, a portare il peso, dividendolo coll&#8217;asino. Il maiale a gennaio, appeso per i piedi a strillare con tutti i vicini ad assistere alla sentenza, il sangue a colare nella ciotola per il sanguinaccio, il coltello e l&#8217;acqua calda per strappare il pelo. Lo scatto d&#8217;ira, lo sguardo basso, cupo, mai buono. Il mulo che si piegava sotto la fatica, le frustate con i rami di nocciolo, le gambe sanguinanti dei figli, le alzate prima dell&#8217;alba, la colazione, dopo il lavoro, alle dieci, col pane di due giorni prima e la frittata con i peperoni. Il bue che tirava l&#8217;aratro, e poi macellato per ricompensa, l&#8217;agnello da sgozzare a testa in giù a pasqua e la festa intorno alla morte. La chiesa, la religione, le processioni, il grano verde portato il venerdì santo con i nastri colorati intorno alla zolla. E le dicerie, e l&#8217;onore, le pezze sullo stesso pantalone di fustagno ormai lucido. E le passeggiate di domenica, con gli uomini dietro e le donne davanti, come ai funerali, quelli con la banda; il calzolaio a suonare la tuba, il barbiere la tromba e il becchino il tamburo, le serrande che si abbassavano quando passava la bara. E dopo le case nuove, le case della 219, tre piani e mezzo di cemento armato in campagna, la casa nel sottano e la plastica sui divani del salone la piano superiore, i termosifoni spenti e il camino acceso, i bagni buoni che non si possono sporcare, l&#8217;odore di muffa e di chiuso. I contributi, il doppio lavoro, la fiat e la mietitura, il tabacco, le quote latte, i consorzi agricoli, le olive, i certificati medici falsi a luglio e a ottobre. E le pale eoliche, ventimila euro all&#8217;anno di fitto, i confini, i mediatori, i SUV, i trattori. Le botte a sangue alle mogli e alle figlie e alle sorelle, i figli maschi esposti come vitelli sulla coperta buona. E poi le femmine vendute insieme al corredo steso sul letto matrimoniale, dieci asciugamani di lino, dieci lenzuola ricamate, dieci pezzi di panno tessuto a mano con le iniziali a punto pieno. I pidocchi, il vino alle sette e poi alle dieci di mattina, i rutti, la sera, vicino al fuoco, la sporcizia, le bestemmie. I bambini lasciati a giocare nella merda di vacca, il freddo insopportabile, gli aborti in casa con la mammana per non avere il dodicesimo figlio, i materassi di pannocchie. La mia tata, Carmela, Quàquà, le guance rosa come ciliege, l&#8217;oro degli orecchini a pendaglio, il fazzoletto a fiori rosa in testa, la gonna larga e il sonale sopra, la camicia bianchissima di cotone che sapeva di lavato in casa. Ogni giorno, a piedi, dalla campagna dei nonni, dei miei nonni. Entrava con la sua voce da donna antica, la sua voce di testa e mi chiamava con quel richiamo che assomigliava alla voce delle oche che chiamano i figli. Quaquaqua , dov&#8217;è la mia paperella?Colombella, pulcino, paperella, agnellino, coniglietto , mi chiamava come tutti gli animali, e non bambola, principessa, non un nome umano. Arrivava e io saltavo dal letto, la sua colazione, la rosetta appena sfornata che lei mi spalmava di burro fatto col latte delle vacche che mio nonno aveva portato dall&#8217;Emilia, vacche enormi, grandissime. Il giorno che arrivarono, dieci erano, tutti i contadini del paese scesero a vederle. Le corna lunate, il corpo enorme, il manto bianco e marrone. Vacche rigogliose, silenziose e serene. Carmela e suo fratello Nicola, che l&#8217;aveva violentata da bambina e che lei curava come un figlio. La loro casa, al margine del terreno, sotto la grande rupe di arenaria che faceva da ingresso ai “Due olivi”. Dormivano nello stesso letto, un letto altissimo, col braciere sotto la rete. Le coperte fatte all&#8217;uncinetto, come lo scialle di Quaqua. Da un lato la stufa sempre accesa col fornello sopra per cucinare. Il bagno fuori. Una sola finestra per la luce. Nicola, il fratello di cui avevamo tanta paura. Parlava da solo e girava per la campagna. Lo trovavamo spesso vicino ai grandi pozzi d&#8217;acqua, dove c&#8217;erano anche i rospi, enormi, boriosi e allegri. Lui stava lì e ci chiamava e noi scappavamo. Nessuno ci aveva detto perché, sapevamo solo che dovevamo correre via. Carmela Quaqua lei no, lei non correva, lo lavava come un eroe tornato dalla battaglia, lo rivestiva e gli preparava la cena e si coricava con lui, ogni sera. Non si era sposata, nessuno l&#8217;avrebbe mai sposata. Gli occhi azzurrissimi di Carmela, le sopracciglia sottili, le rughe intorno agli occhi quando sorrideva e le sue mani ruvide, incallite per il lavoro ma capaci di carezze vere. Portava conigli e oche e agnelli e galline dalla campagna e uova e verdure e pane sfornato da poco. Mia nonna si andava a nascondere quando li uccidevano e piangevamo tutte e due. Non mi permetteva mai di vederli nel momento della morte. Voleva proteggermi, ma non ci riuscì perché c&#8217;erano altre campagne e altre abitudini. Zia Maddalena, un giorno, uno dei tanti giorni che mi avevano mandato da altri parenti di campagna per farmi prendere aria buona, mi disse di tenere per le zampe di dietro un coniglio. Era un coniglio grigio con grandissimi occhi scuri. Tremava, io non capivo. Poi, zia Maddalena, gli tagliò la gola con un coltello grande, troppo più grande di quella piccola creatura e il coniglio continuò a tremare mentre il sangue rosso gli usciva pulsando dal collo arrivando sulle mie braccia scoperte. Portavo una scamiciata rosa quel giorno. Le zampe smisero di fare resistenza, il corpo si afflosciò nelle mie mani. Scappai terrorizzata. Fu quella la prima volta che vidi la morte. Non lo dissi a nessuno perché sapevo che zia Maddalena sarebbe stata sgridata, così come sapevo che non dovevo raccontare tante altre cose che vedevo. La colona dei due olivi che comandava come fosse la padrona anche sugli altri coloni, era lei che decideva tutto, girava nei campi come una padrona, sapeva di stalla, di pecora, aveva gli occhi grandi e di un colore incerto e aveva una stanza nella quale nessuno poteva entrare, già girare l&#8217;angolo e proseguire nell&#8217;aia, nella sua aia, poteva essere un motivo di colpa. La colona che aveva preso mio zio, il più piccolo dei fratelli, quando lui aveva tredici anni e lei trenta, lo aveva preso, forse, nel granaio, o forse nel grande deposito delle ciliege e delle amarene. La colona che, quando mia nonna arrivava, non veniva a salutarla, ma aspettava che fosse lei ad andare in casa.Il filare di bosso altissimo fatto piantare dai nonni. Centinaia di metri di bosso per raggiungere le due case coloniche. Le grotte di arenaria e i fossili. Il cavalluccio marino che gli operai mi portarono un giorno di maggio, e altre conchiglie con valve enormi, grandi più delle mie mani unite e la sabbia così fine, gialla, sottile, impalpabile come cipria.C&#8217;erano montagne di sabbia come quella da scalare, ci rotolavamo dentro e inventavamo giochi, avventure, lì dalla cima. Intorno i contadini lavoravano, c&#8217;era la raccolta delle ciliege e quella delle amarene, enormi cesti di palline rosse e quasi nere che venivano su e giù dai campi. Le portavano nello “stabilimento”, come lo chiamava mio nonno. Lo stabilimento, una costruzione enorme, con tre volte, tutta di mattoni rossi. Lì dentro si faceva la cernita e, poi, c&#8217;erano le spedizioni e la lavorazione. Poi, un giorno, lo “stabilimento” non raccolse più il rosso cupo delle amarene, ma gli autobus del comune, tutto lo spiazzo che, prima, era servito per stendere la frutta e che, a giugno, sembrava un mare di sangue risplendente al sole, era diventato un parcheggio di motori puzzolenti e grandissimi, arancioni e verdi. Andavano e venivano fino alle otto di sera. Allora i cancelli si chiudevano. La casa di Quaqua era piena della polvere che quei mostri alzavano, ce n&#8217;era sul tetto, sui muri di pietra, sulla porta di legno sbarrata con una trave di castagno. Le ciliege rimanevano sui rami. Solo noi andavamo a trovarle, salivamo sugli alberi e ci sporcavamo le mani e la faccia. Certe volte i contadini ci portavano le amarene in grossi bicchieri e le cospargevano di zucchero o di miele. Noi le schiacciavamo col cucchiaino e bevevamo solo il succo e a me tornava in mente il sangue che solo una volta avevo visto e vomitavo e piangevo. Più tardi la grande casa colonica in fondo ai due olivi si svuotò, i suoi abitanti andarono via, non so dove, non me li ricordo, non ho alcuna memoria delle loro facce. Mi ricordo solo una figlia femmina che portava al pascolo le pecore. Aveva spesso gonne che erano state di mia zia o di mia madre, gonne larghe, allegre, di cotone o di lino, e una frontiera a tenerle i capelli che erano corti e castani. Solo ogni tanto potevamo andare con lei, Santina si chiamava, ci raccontava dei serpenti che andavano a bere vicino al pozzo più lontano e, quando arrivavamo lì, ci divertivamo a gridare i nostri nomi nell&#8217;atrio del pozzo e a sentire l&#8217;eco che ne veniva fuori, voci acutissime e confuse, risate e corse improvvise perché a qualcuno era sembrato di vedere il serpente nero. La casa era cupa, aveva una scalinata di pietra che portava direttamente al piano superiore. Sotto c&#8217;erano i depositi per gli attrezzi e la stalla per le mucche. Aveva anche lo stazzo per i maiali e quello per le galline, i tacchini. Poi c&#8217;era il recinto dei conigli. Conigli di tutte le razze. Quelli che mi facevano più paura erano i conigli sardi, così li chiamava il colono. Grandi occhi rossi e orecchie nere e la punta bianca, assai più grossi degli altri, ci dicevano sempre di non toccarli perché mordevano. A me sembravano solo delle povere anime in pena costrette tra le sbarre della rete di ferro che non sapevano rompere. Stavano lì, dritti, col muso che annusava perennemente l&#8217;aria. Enormi giganti della loro specie resi impotenti dalla mente dell&#8217;utile, dall&#8217;intelligenza. Le giornate in campagna, ai due olivi o alla valle, avevano qualcosa di amaro. Forse era l&#8217;odore della cenere e del fumo che si alzava al crepuscolo, quando gli uomini tornavano dalla terra. Ogni cosa diventava silenziosa, ogni risata veniva repressa, e anch&#8217;io che non ero di quel mondo, che ero un&#8217;ospite, mi zittivo e mi impaurivo di fronte a quelle ombre scure e alte che entravano in cucina e si sedevano vicino al fuoco, senza una carezza per i figli, una parola per le mogli. Non ero di quel mondo e di nessun altro. Non ero della casa in paese, bella, con le mattonelle di vietri in tutte le stanze e la grande libreria e il mio letto di ferro battuto con una placca di ottone su cui stava inciso un angelo e la madonna di gesso che mamma aveva fatto fare da uno degli ultimi gessai di Ariano. Non ero delle altre case, quelle dei nonni, maestose, imponenti e caldissime, piene di oggetti straordinari e sempre profumate di cera per i marmi o di cibo raffinato. Non ero delle strade del paese, non ero delle pietre bianche della via che scendeva al corso, pietre scivolose e sconnesse, non ero dei muri, delle porte, delle finestre aperte con le coperte buone a prendere aria. Mi portavano in campagna per gli animali. Solo con loro sorridevo. Fuggivo gli esseri umani, fuggivo i giochi, fuggivo le voci. Cercavo ogni forma di vita, camminavo con lo sguardo basso sulla terra per non calpestare nulla che fosse vivo, mi incantavo per ore vicino a un formicaio. Sentivo l&#8217;ingiustizia di quel mondo, la sentivo gridare in me come una seconda natura, una natura più profonda, più vera. Ai piccioni si tagliavano le piume delle ali per impedirgli il volo, stavano a terra cercando disperatamente di alzarsi, aprivano ossessivamente la ali, le scuotevano, lanciavano grida gutturali, non si spiegavano la loro condizione; me li ricordo nel recinto di una fattoria, a terra, insieme alle papere, alle galline, umiliati, frastornati, ultimi degli ultimi senza la possibilità di fare ciò per cui la Natura li aveva fatti; e me li ricordo nel retro di un ristorante, in fila, morti, orrendo catalogo dell&#8217;ingordigia e dell&#8217;oscenità umana che si vanta del suo dominio, che lo mette in menu, che lo vende come fosse merce, merce e non vita. E poi c&#8217;era il mercato, il lunedì e il mercoledì, qualche volta ci andavo con Quaqua o con qualcun&#8217;altra delle donne che lavoravano dai nonni. Le contadine arrivavano a vendere, vendevano tutto, soprattutto gli animali. Li vendevano vivi. Tenevano le galline per le zampe a testa in giù, e i conigli, a coppia, per le lunghe orecchie. Gli occhi di quegli animali non mi hanno mai abbandonata. Lo sguardo attonito, sorpreso di chi, un&#8217;ora prima, era “libero” e ora veniva maneggiato da dita sapienti che decidevano cosa farne. Quando venivano comprati, le contadine li uccidevano davanti al cliente. Gli rompevano il collo alle galline e ai piccioni, ai conigli glielo tagliavano, proprio come aveva fatto zia Maddalena. Alla fine di quelle giornate, gli spazzini passavano a pulire, a togliere le tracce del massacro, a nascondere la vergogna. I cani randagi frugavano per recuperare quel poco che era stato buttato via, viscere, pelle, occhi. La miseria del mondo umano era tutta lì, in quel mucchio di resti che venivano lasciati a terra, nel sangue che si spazzava con l&#8217;acqua, nel ricordo di quegli sguardi che erano vita e che rotolavano ora come biglie su una pista malfatta. Erano gli uomini e le donne gli esecutori, i sicari spietati di ciò che non poteva appartenergli, che non ci appartiene perché non è nostro. Ogni giorno aveva il colore di quegli eccidi silenziosi, ogni mano ne portava la macchia, ogni anima la colpa.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size:small;">E tu, Carmela? Quanti conigli, quante galline, quanti piccioni hai ucciso perché te lo avevano comandato? Lo sapevi tu, con i tuoi occhi cristallini e sereni sul mondo, che quella era vita non tua, non nostra? Te lo chiedevi la sera prima di addormentarti? Ti rimproveravi per questo o per cosa invece? Tu che io aspettavo come un pulcino la chioccia, tu che mi lasciavi stare attaccata alla tua gonna di tela pesante per ore mentre preparavi la pasta a mano sul grande tavolo di marmo con movimenti lenti e costanti, raccontandomi brevi storie di streghe e orchi o cantandomi antiche canzoni con la tua voce da colomba? Eri innocente anche tu, come loro, sorridevi a un mondo che non ti amava, sorridevi e cantavi come gli uccelli. Non ho mai saputo i tuoi pensieri, non parlavi mai di te, ma mi facevi il verso di tutti gli animali e, quando chiamavi le galline, facevi un suono incantato, dolcissimo e ritmato e loro ti venivano intorno e le oche si facevano accarezzare e agitavano le ali bianche e tu sembravi una di loro, inconsapevole, felice, leggera e dolente a dispetto di quel corpo tarchiato e nerboruto che la tua genìa ti aveva dato, a dispetto del fratello pazzo, della povertà, dei mariti che non erano mai arrivati, del tuo essere trasparente per molti. Quando sei morta ti hanno messo il fazzoletto più bello che avevi sulla testa, allora ho visto che avevi pochissimi capelli, ancora grigi, e dei boccoli sottili sottili che ti scendevano lungo il collo tozzo. Avevi anche gli orecchini a pendaglio con la chiusura a spoletta, per non perderli, e un anello e una collana di maglia d&#8217;oro che ti aveva regalato mia nonna, una collana lunga, a due giri con due ciuffi di catenelle piccole alle estremità. Sorridevi e le guance erano piene. Tu non sei tornata alla terra, Quaqua perché sei sempre stata con lei, non l&#8217;hai mai tradita, non l&#8217;hai mai avvelenata con l&#8217;odio, non hai mai creduto che fosse tua, le sei appartenuta, sempre. Tu non dovevi chiederle perdono, non dovevi pentirti, non avevi alcun peso sul cuore. Hai vissuto come quei conigli in gabbia, come gli agnellini al pascolo, come le belle mucche dell&#8217;Emilia. Hai vissuto senza pretendere nulla, senza chiedere nulla. In silenzio o cantando, e ogni tuo dolore lo hai affidato alla più sicura delle amiche, lo hai condiviso con la Natura e non con gli uomini. Quando ero già grande, un giorno, venni a trovarti, mi chiamasti colombella e gli occhi lacrimavano e tu ti asciugasti le guance che io pizzicavo da bambina col dorso della mano e, poi, con la punta del grembiule. Colombella, come ti sei fatta grande, colombella mia! Ogni essere, per te, somigliava a un animale, perché tu, Quaqua, mia dolce e innocente Quaqua, sentivi che la vita è uguale in ogni cuore, in ogni radice, in ogni stelo tremante. Tu sapevi la Vita e la amavi, colomba tra le colombe, grano tra il grano, cucciolo tra i randagi afflitti dalla fame, goccia d&#8217;acqua nel pozzo del nero serpente,ciliegia rossa nel cesto di mille ciliege.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size:small;">(elda martino)</span></p>
<p align="JUSTIFY">
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		<title>IN-COMUNITA&#8217;</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Nov 2010 18:07:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eldarin</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>ma quand&#8217;è che le persone sono veramente state insieme?quand&#8217;è che è esistita veramente la comunità?</p>
<p>se guardo indietro la risposta è semplice: mai. tutta la storia, la storia degli uomini, è fatta di suddivisioni, guerre, identificazioni, e soprattutto, da tentativi continui di esclusione.</p>
<p>io sono perché sono diverso da te, noi siamo quello che non sono altri</p>
<p>io sono bianco, tu sei nero, il papavero è rosso.</p>
<p>tutti modi per de-finire, per chiudere, per escludere.</p>
<p>te lo ricordi tu un momento, un solo momento nella vita di questa specie che sia stato veramente unitario?</p>
<p>l&#8217;uomo è un animale sociale, ma solo per necessità, per sopravvivere deve stare con i suoi simili, per riprodursi e per assicurarsi un futuro come specie.</p>
<p>la comunità non può essere identificata con il paese, il paese è già di per sé un luogo escludente, ha confini, limiti, case, portoni, atri, finestre, stanze, ha famiglie, nuclei chiusi, e poi ha amici e nemici, altri nuclei, e estranei, altri esclusi, e cani, animali, altri esclusi ancora, usati solo al nostro piacere.</p>
<p>ma che cos&#8217;è la comunità? le donne in chiesa di domenica tutte davanti e gli uomini dietro?</p>
<p>la morte vissuta con i vicini di casa? casa, luogo escludente, luogo chiuso.</p>
<p>no, la comunità non può essere più questo, i paesi hanno dato il modello alle città, mica i campi, mica le foreste, mica gli uccelli che stanno tutti insieme sullo stesso albero?</p>
<p>la comunità è un&#8217;idea malsana, sbagliata perché la si fa corrsipondere a un modello malato e tragicamente volento, quello umano.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>le cose che scriviamo possono anche essere molto belle, ma hanno un problema di fondo, sono relegate in uno spazio chiuso e limitate per loro stessa natura, non si aprono all&#8217;esterno, perché, per noi,  l&#8217;esterno è solo l&#8217;umano, la specie umana, con tutte le sue estensioni, internet, facebook etc.</p>
<p>invece si dovrebbe provare a scrivere per quella poiana che diciamo ci commuove, per il pero selvatico che non leggerà mai un libro, e non per gli uomini, non per loro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>la parola, la parola è un prodotto umano. allora bisognerebbe usarla in modo diverso, non per consolare, non per lamentarsi, non per ricordare o per declamare. bisognerebbe usarla per sfondare il muro che è essa stessa, bisognerebbe negarla e poi farla rinascere, ucciderla e poi rianimarla. e poi provare a parlare, a usare la parola con chi non la usa e non la conosce. forse così potremmo pensare di creare un luogo universale, un corpo universale comunitario.</p>
<p>&nbsp;</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/eldarissa.wordpress.com/301/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/eldarissa.wordpress.com/301/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/eldarissa.wordpress.com/301/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/eldarissa.wordpress.com/301/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/eldarissa.wordpress.com/301/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/eldarissa.wordpress.com/301/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/eldarissa.wordpress.com/301/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/eldarissa.wordpress.com/301/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/eldarissa.wordpress.com/301/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/eldarissa.wordpress.com/301/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/eldarissa.wordpress.com/301/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/eldarissa.wordpress.com/301/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/eldarissa.wordpress.com/301/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/eldarissa.wordpress.com/301/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=eldarissa.wordpress.com&amp;blog=3092079&amp;post=301&amp;subd=eldarissa&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>La felicità e la lotta.</title>
		<link>http://eldarissa.wordpress.com/2010/10/26/la-felicita-e-la-lotta/</link>
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		<pubDate>Tue, 26 Oct 2010 15:32:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eldarin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;La felicità deve ridiventare un concetto politico (&#8230;) il nostro è il riso della distruzione, che accompagna gli &#60;angeli&#62; in battaglia contro il male (&#8230;) la soppressione in noi stessi del pervicace attaccamento all&#8217;identità e, in generale, alle condizioni del nostro asservimento sarà forse terrificante ( e dolorosa -aggiungo io-), eppure continueremo a ridere.&#8221; M [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=eldarissa.wordpress.com&amp;blog=3092079&amp;post=298&amp;subd=eldarissa&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:right;"><em>&#8220;La felicità deve ridiventare un concetto politico (&#8230;)</em></p>
<p style="text-align:right;"><em>il nostro è il riso della distruzione,</em></p>
<p style="text-align:right;"><em> che accompagna gli &lt;angeli&gt; </em></p>
<p style="text-align:right;"><em>in battaglia contro il male (&#8230;)</em></p>
<p style="text-align:right;"><em> la soppressione in noi stessi</em></p>
<p style="text-align:right;"><em> del pervicace attaccamento all&#8217;identità</em></p>
<p style="text-align:right;"><em> e, in generale, alle condizioni del nostro asservimento </em></p>
<p style="text-align:right;"><em>sarà forse terrificante</em></p>
<p style="text-align:right;"><em> ( e dolorosa -aggiungo io-), </em></p>
<p style="text-align:right;"><em>eppure continueremo a ridere.&#8221;</em></p>
<p style="text-align:right;">M Hardt- A. Negri,<em>Comune. Oltre il privato e il pubblico, </em>Milano 2010</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il punto in cui mi trovo è definitivo. Sento chiaramente la morte, la morte del mondo e degli umani. La specie che, per migliaia di anni, ha dominato la terra, corpo celeste, in nome della sua presunta superiorità, è moribonda. Non ha risposte, non sa dove andare, è smarrita senza riuscire a vedere il suo smarrimento, è sfinita senza avvertire la sua condizione.</p>
<p>Ci siamo presi troppa cura di noi stessi, e per troppo tempo. Ognuno per sé, e poi, ognuno per il suo nucleo, la famiglia, la nazione, la specie. Nuclei sempre più piccoli, sguardi miopi.</p>
<p>La morte del mondo è qualcosa che ormai si tocca con mano, possiamo agitarci quanto ci pare, l&#8217;unica vera via è ripensare, ripensarci come parte di un tutto molto più importante e grande di noi.</p>
<p>Giorno dopo giorno le speranze si affievoliscono e le possibilità di rifondare l’umano si fanno vane. Rifondare l’umano, ripensandolo.</p>
<p>Io non so dire, ora, come fare, non ho indicazioni, scelte, istruzioni per l’uso. E credo giusto che sia così. Poiché l’umano, per ripensare se stesso, deve prima rinunciare a se stesso. Deve oggettivizzarsi, guardarsi dall’esterno, sciogliendo ogni legame con gli schemi dell’antropocentrismo psicoanalitico e falsamente razionale che lo hanno condotto a questo.</p>
<p>Quando dico oggettivizzarsi intendo proprio l’azione di distrazione dal proprio io, la possibilità di iniziare a considerarsi come una cosa, una qualsiasi, di questo mondo. Una pietra, una formica, un albero.</p>
<p>Le tentazioni new age sono dietro l’angolo, ma non mi sfiorano, poiché, nel mio rimandare a un estraniamento dell’io da sé, non vado conseguentemente verso un annullamento dello stesso. È un processo più complesso e singolare, ossia singolarmente vissuto.</p>
<p>Ognuno, ognuno di noi deve guardare modestamente alla propria persona. Considerare che la ragione è il nostro limite, come lo è per la natura, che dalla ragione è dominata.</p>
<p>Lo scontro, quindi, non è, come sempre si è detto, tra fùsis e lògos, non c’è scontro. Lo scontro è tra singolarità, ego, e collettività, altro. E questo altro, questo altro da sé non può più essere inteso nella semplicistica accezione di umano.</p>
<p>Qui si tratta di creare una nuova umanità, che comprenda ogni singolo atomo di questo universo, che riduca l’uomo solo a una minuscola parte di esso, che lo conduca a una visione più grande, illimitata, ma capace di indicargli, poi, i suoi confini, i confini dell’intelligenza e della ragione.</p>
<p>La strada passa prima di tutto per il dolore, per l’avvertimento del dolore e per la lacerazione. Oggettivizzarsi significa aprirsi, squartarsi, esporsi. Mettere il proprio corpo, prima ancora che la mente, se davvero sono divisi, sul campo. E abbandonare le categorie di specie, di genere, di razza. In questo ordine. La specie va negata come tale. La scienza continuerà ad occuparsene e a studiarla, ma questo non deve implicare più una ricaduta etica in senso negativo, nel senso di un giudizio di merito di superiorità. Lo specismo va minato dalle basi.</p>
<p>E il dolore del mondo va ascoltato, pure quando diviene insopportabile per la sua enormità.</p>
<p>Se vogliamo sentire di nuovo la vita, aspirare alla felicità non come condizione contingente, ma come stato, dobbiamo passare per il dolore, il dolore della distruzione di noi stessi, e il dolore per la distruzione che abbiamo, invece, imposto all’altro. A tutto ciò che, da sempre, abbiamo considerato indegno di sentimenti, di sofferenza, di anima (e uso questo termine in modo del tutto laico).</p>
<p>So bene che non siamo pronti per tutto questo, perché è più semplice chiudersi nelle celle sempre più ristrette di una personalità egotica che non sente e non vede nulla, se non la propria immagine, riflessa nello schermo del pc, ora, negli specchi , prima.</p>
<p>Ma io non posso più tacere di fronte allo strazio che sento, lo strazio che infliggiamo e per il quale non veniamo puniti da nessuna forza soprannaturale, poiché essa non esiste, se non come ente da noi stessi creato per assolverci dal male che produciamo.</p>
<p>Il male vero, il più grande è quello che portiamo al mondo, è l’indifferenza verso ciò che non è, non riteniamo umano. Il male che facciamo agli altri uomini è innato, esso nasce con noi, ce lo portiamo dentro, e non c’è piacere più grande che quello di vincere sugli altri annullandoli.</p>
<p>La differenza sta in questo. Pure se dovessimo abolire il male “umano”, noi non saremmo mai innocenti, non lo saremo mai fino a quando non usciremo da queste prigioni che sono i nostri corpi, fino a quando non diventeremo ciò che, in fondo, siamo: terra, acqua, sangue, carne, aria. Proprio come tutto il resto, come tutto ciò che da sempre ci guarda e ci teme.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Il mondo è morto</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Sep 2010 12:01:59 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[il mondo è morto. facciamoci le condoglianze l&#8217;uno con l&#8217;altro. il mondo degli umani, degli uomini e delle donne è morto dopo un&#8217;agonia di centinaia di anni. forse è morto il 16 febbraio del 1600, mentre giordano bruno bruciava sul rogo a campo de&#8217;fiori. o forse era già morto prima, quando la peste nel XIV [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=eldarissa.wordpress.com&amp;blog=3092079&amp;post=295&amp;subd=eldarissa&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>il mondo è morto.</p>
<p>facciamoci le condoglianze l&#8217;uno con l&#8217;altro. il mondo degli umani, degli uomini e delle donne è morto dopo un&#8217;agonia di centinaia di anni. forse è morto il 16 febbraio del 1600, mentre giordano bruno bruciava sul rogo a campo de&#8217;fiori. o forse era già morto prima, quando la peste nel XIV secolo dimezzò la popolazione europea. o forse è morto un poco dopo, quando eleonora pimentél de fonseca fu impiccata senza mutande a piazza mercato mentre il popolo dei lazzari napoletani e sanfedisti le guardavano sotto il vestito. no, il mondo è morto molto prima, quando la logica ha preso il sopravvento in maniera strisciante e subdola sull&#8217;istinto. quando in nome della nostra presunta superiorità di specie, abbiamo iniziato ad allevare e ad uccidere, quando abbiamo deciso di costruire mura intorno alle città, insediamenti puzzolenti di merda e di piscio dove ogni spazio delimitava una solitudine, una casa abitata da altri morti che litigavano con i vicini per il confine, per le pecore, per la proprietà. la morte è un evento definitivo, e noi abbiamo bisogno solo di eventi definitivi, unici, senza scampo. per troppo tempo abbiamo creduto di poterci salvare, mentre invece non c&#8217;era alcuna salvezza e già stavamo morendo. abbiamo usato la filosofia per convincerci che sapevamo pensare, che sapevamo usare la testa e che, quindi, eravamo vivi. nella nostra testa non eravamo noi a muoverci, ma i vermi, le sinapsi erano il loro strisciare, la terra che spostavano. gli occhi già non c&#8217;erano più, e quello che abbiamo visto era solo una rappresentazione consolatoria, un&#8217;immagine che ci eravamo costruiti ad arte. siamo bravissimi a prenderci in giro, a iluderci della nostra vitalità curiamo i nostri corpi, produciamo merci, le acquistiamo e così ci riempiamo la vita. ma quale vita? la vita non c&#8217;è più in questo mondo, è fuggita via, è andata a nascondersi quando ha visto come volevamo usarla, che commercio intendevamo farne, come pensavamo di esporla, di metterla in ridicolo, di svilirla. il mondo è morto quando l&#8217;ultimo lupo è stato ucciso e appeso per la gola nel paese più disperso degli appennini. quando i pescatori hanno smesso di lottare alla pari con i tonni nel canale di sicilia, quando abbiamo costruito i lager dove alleviamo i polli che poi le nostre mamme danno da mangiare, slavati, bianchi, ai bambini, bianchi e slavati pure loro, senza anima, senza cuore, destinati a diventare altri morti e ora solo in fase di coma irreversibile. nessuno grida più, nessuno piange veramente, nessuno si abbraccia con vero calore.</p>
<p>facciamo il funerale a questo nostro misero mondo. scambiamoci frasi su come eravamo buoni e bravi. portiamo lunghi vestiti neri adatti al lutto e stiamo in silenzio. spegniamo le comunicazioni, annulliamo le parole, che restino solo pochi gesti semplici e poche, pochissime cose, quelle essenziali. smettiamo di correre, tanto siamo morti, non facciamo progetti, non investiamo denaro. i morti non le fanno queste cose. i morti sono composti, silenziosi, dignitosi e veri, qualità che abbiamo perduto da troppo tempo per poterci definire vivi.</p>
<p>solo la morte può renderci di nuovo belli e furenti. la morte non è una cosa brutta, la morte è pulizia, è rinascita e inizio.</p>
<p>non ci ha uccisi nessuno, siamo morti da soli, guardando il nulla, pensando al futuro, accumulando o dissipando, muovendoci o stando fermi, a letto, per strada, vicino a un camino o ad una festa.</p>
<p>nessuno ci ha ammazzati, o tutti.</p>
<p>ora possiamo organizzare un bel funerale, un funerale di stato, un funerale mondiale. e poi stare fermi, immobili, austeri finalmente, finalmente dignitosi e innocenti.</p>
<p>torneranno le selve sui nostri mostri, sulle strade, sulle case, e negli stessi cimiteri. e torneranno altri uomini, insieme agli animali, ai rovi. ed è chiaro che tutto questo noi che siamo morti non lo potremo vedere. ma dobbiamo lasciare questo mondo, dobbiamo liberarlo dalla nostra ingombrante presenza, togliergli le mani dal collo, lasciarlo respirare.</p>
<p>si riorganizzerà più velocemente di quanto crediamo, il mondo, perché non è nostro, non lo è mai stato e solo noi abbiamo creduto di poterlo comprare. ma l&#8217;aria non si compra e nemmeno il vento, il mare, la neve. non si compra tutto questo immenso splendore del quale noi non partecipiamo, mai abbiamo saputo partecipare.</p>
<p>smettiamola di agitarci e fissiamoci nella nostra posizione di defunti, sorridenti come gli etruschi, ieratici come gli egizi. scegliamo quella che più ci piace e diamoci pace perché siamo morti, finalmente e inesorabilmente morti.</p>
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		<title>IL FERMENTO E LA MORTE.</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Sep 2010 12:33:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eldarin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[In questi giorni di un settembre freddo e già quasi autunnale, pare che l’Irpinia sia in fermento, così sembra andando su facebook e leggendo i giornali locali. Si ha come l’impressione, a prima vista, che la cosiddetta e tanto invocata società civile sia tornata dalle vacanze e improvvisamente si sia ricordata dei problemi che affliggono [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=eldarissa.wordpress.com&amp;blog=3092079&amp;post=291&amp;subd=eldarissa&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://eldarissa.files.wordpress.com/2010/09/eolie-giugno-03-132.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-292" title="un mulo" src="http://eldarissa.files.wordpress.com/2010/09/eolie-giugno-03-132.jpg?w=300&#038;h=225" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p>In questi giorni di un settembre freddo e già quasi autunnale, pare che l’Irpinia sia in fermento, così sembra andando su facebook e leggendo i giornali locali. Si ha come l’impressione, a prima vista, che la cosiddetta e tanto invocata società civile sia tornata dalle vacanze e improvvisamente si sia ricordata dei problemi che affliggono questa terra, problemi che non sono mai finiti, e che perduravano pure mentre gli irpini affollavano le spiagge italiane e straniere. Ma noi siamo fatti così, noi ci svegliamo solo quando è il nostro “particulare” ad essere intaccato, solo quando la pietra ci sfiora, quando la goccia di pioggia ci bagna. Per il resto, il mondo può anche andare in malora, gli operai possono continuare a morire pulendo le cisterne, le donne possono essere condannate alla lapidazione, le foreste possono essere incendiate e il territorio può subire assalti pericolosissimi. Ciò che conta è che tutto questo avvenga alla giusta distanza da noi, dal nostro recinto personale o collettivo. Solo se il piede entra lì dentro, noi ci indigniamo, ci ricordiamo che c’è gente che muore di malasanità, che la sanità non esiste o che non esiste per tutti, che i fantasmi delle megadiscariche sono solo allontanati ma non fugati del tutto, che la direzione ostinatamente cieca che l’umanità ha preso da tempo è suicida, suicida come la morte volontaria e tumultuosa dei lemmings che si buttano dalle scogliere tutti insieme a migliaia. Io non credo, e non me ne vergogno, nelle lotte cosiddette “civili”, non ci credo quando avvengono con questa tempistica e in questi modi. Non ci credo perché so bene che così come si accendono, così possono spegnersi ad un solo cenno dei “potenti”. Io non credo negli Irpini. La nostra è una terra di marciume, scomodare le pochissime lotte vere che ha affrontato il popolo irpino è un’operazione che non ci riscatta da decenni di egoismo autistico e di scempi preordinati. E non basta cospargersi il capo di cenere e dire: mi dispiace, abbiamo sbagliato. Certo, si deve manifestare, si deve scendere in piazza, ma con chi? Questa è la domanda. Chi fra di noi ha le mani e la coscienza così pulite da potersi veramente opporre alla corruzione, all’indecenza, alla questua continua a cui assistiamo da anni per un posto di lavoro, per un appalto, per un certificato? Siamo bravissimi a tuonare contro l’ingiustizia lampante, ma, nel quotidiano, viviamo nell’equivoco, nell’ambiguità del compromesso e tenere la testa alta è un esercizio faticoso e costoso. La vera innocenza sta altrove, sta in quest’aria pulita che ci passa addosso e ci dice parole che vengono da lontano, ci porta odori, suoni che non sappiamo più avvertire. La vera innocenza sta nello sguardo rassegnato e mite degli animali trascinati nelle giostre pagane delle feste estive, sfiancati dalla fatica e imbellettati come umani, visioni oscene per le quali nessuno si indigna, in nome della “tradizione”. E sta nella terra, nelle tue mani che si sporcano quando la tocchi, nelle argille che la tengono insieme e la fanno morbida, malleabile. Da qui bisogna partire per ritrovare il senso di una lotta, che deve essere pratica quotidiana e individuale e non populismo sanfedista, quello stesso che ci ha tenuti sotto gioghi diversi per centinaia di anni. Leggo ora che in un ospedale dell’irpinia d’oriente un giornalista ha scovato una storia degna delle prime pagine, una storia che Berlusconi non tarderà a fare propria per dimostrare la generosità del suo regno. Il sovrano extra legem accorderà la dovute cure al povero ghanese e il popolo irpino, che lo ha votato in massa, votando di fatto la dinastia di Nusco, si commuoverà di fronte a tanta magnanimità. Elemosina e razzismo, filantropismo paternalistico e esposizione del dolore, nient’altro che questo. Io non sono credente, ma so che i cristianesimo, non il cattolicesimo, ha predicato, nei suoi anni migliori, l’amore per il prossimo, so che i cristiani compivano in silenzio e con grande compostezza i loro atti di misericordia, e so che il bene, quello vero, si fa nell’anonimato, senza circhi mediatici, senza strombazzamenti, senza fiere della bontà. La smania di apparire ci porta a corrompere anche i nostri gesti migliori, così non diventiamo diversi dalle multinazionali che pubblicizzano il loro impegno per l’ambiente mentre sfruttano le risorse dei paesi cosiddetti arretrati. Ci trucchiamo e andiamo in scena, poi, spenti i riflettori, ognuno torna a casa sua, a litigare col vicino per i confini, per la proprietà, a saltare la fila alla posta, a evadere, se si può, le tasse, a prendere contributi che non gli spettano, a fottere il prossimo. L’Irpinia si sarebbe risvegliata, secondo quanto mi dicono i social network e i giornali. No, non si è svegliata, si sta semplicemente agitando come un pesce preso all’amo e sbattuto sulla sabbia, sta facendo quello che ha sempre fatto,quello che le viene meglio. Sta morendo, o forse è già morta, e la cosa peggiore è che non se ne è nemmeno accorta.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/eldarissa.wordpress.com/291/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/eldarissa.wordpress.com/291/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/eldarissa.wordpress.com/291/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/eldarissa.wordpress.com/291/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/eldarissa.wordpress.com/291/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/eldarissa.wordpress.com/291/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/eldarissa.wordpress.com/291/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/eldarissa.wordpress.com/291/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/eldarissa.wordpress.com/291/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/eldarissa.wordpress.com/291/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/eldarissa.wordpress.com/291/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/eldarissa.wordpress.com/291/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/eldarissa.wordpress.com/291/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/eldarissa.wordpress.com/291/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=eldarissa.wordpress.com&amp;blog=3092079&amp;post=291&amp;subd=eldarissa&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Sul fondo e dall&#8217;alto.</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Jul 2010 13:00:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eldarin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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<p>è così importante apparire?</p>
<p>anche la persona più insospettabile, con un microfono in mano, o una tastiera e un blog, è capace di lanciarsi in lunghissime dissertazioni piene di certezze, di dogmi.</p>
<p>il risultato è che non siamo in grado di riconoscere la grandezza altrui, lo splendore  silenzioso di cose piccolissime o grandissime e di inchinarci di fronte a loro.</p>
<p>forse abbiamo tutti paura, paura di scomparire, di non essere &#8220;nessuno&#8221; di apparire gregari, accompagnatori, gregge.</p>
<p>ma questa paura è tipica di chi non nutre vera passione per gli altri, per la vita, per il mondo, non solo quello umano.</p>
<p>lunedì mattina, prima di andare via, ho raccolto a cairano un cane randagio quasi moribondo, me lo sono portato via per provare a salvarlo, perché per me equivaleva a fare un po&#8217; di bene, di bene vero, immediato.</p>
<p>rivolgersi a un paese a un paesaggio è operazione che ha bisogno di grande mitezza, di gesti semplici, di menti pulite, poche parole, pochissimi concetti, molti, moltissimi dubbi.</p>
<p>è il dubbio, la frammentarietà, la crepa ad alimentare la nostra vita se vogliamo ancora dirci umani.non dovremmo mai dimenticare di essere il frutto di un caso, e non dovremmo dare al lògos più importanza di quanta non ne abbia.</p>
<p>cosa ce ne dobbiamo fare ancora dei profeti del &#8220;cosìsifa&#8221;, non abbiamo già subito, nel corso di trecentomila e più anni, già troppe colonizzazioni, troppi percorsi obbligati stabiliti da altri?</p>
<p>io da diverso tempo sto provando a percorrere altre strade. è un po&#8217; come se, per andare a cairano o a monteverde, si sceglie di fare le strade interne invece che l&#8217;autostrada o l&#8217;ofantina&#8230;ma vuoi mettere?</p>
<p>quanti di noi lo fanno?pochi, pochissimi, perché molti sostengono di &#8220;non avere tempo&#8221;.</p>
<p>io a chi mi dice di non avere tempo non credo più, così come a chi cede troppo spesso alle lusinghe dell&#8217;esposizione fine a se stessa.</p>
<p>invece credo sempre di più ai generosi, ai puri di spirito, ai semplici, ai miti, ai furenti e ai folli.</p>
<p>il mio parere è, per dirla con pasolini, quello di cercare molto in alto o molto in basso. solo lì si può ancora trovare il vero splendore.</p>
<p>il tempo della <em>mediaetas</em> non funziona più, non a queste latitudini, non con queste temperature.</p>
<p>il nostro mondo è sfinito, sta morendo. non c&#8217;è spazio per galleggiare, bisogna andare a fondo, bisogna tirare un bel respiro e provare a scendere, oppure bisogna iniziare a volare.</p>
<p>e.m.</p>
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		<title>I DESIDERI NEL TEMPO DELLA FRETTA.</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Feb 2010 19:06:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eldarin</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di ZYGMUNT BAUMAN ( da “L’etica in un mondo di consumatori”, Laterza 2010)</p>
<p>Il tempo, nell’era liquido-moderna della società dei consumatori, non è né ciclico né lineare. (…)Direi che è invece puntinista, frantumato in una moltitudine di pezzetti distinti, ognuno ridotto a un punto che si avvicina sempre più alla sua idealizazione geometrica di non dimensionalità. (…) Ogni punto si presume contenga un infinito potenziale di espansione e un’infinità di possibilità che attendono di esplodere se adeguatamente innescate. (…) Una vita “del momento” è normalmente una vita “della fretta”. Ogni punto può essere vissuto come un nuovo inizio, ma spesso e volentieri il traguardo arriverà poco dopo la partenza, e in mezzo sarà accaduto ben poco. Solo una moltitudine, in inarrestabile espansione, di inizi può- semplicemente può-compensare la profusione di false partenze. Solo le vaste distese di nuovi inizi che siamo convinti ci aspettino più avanti, solo una moltitudine sperata di punti le cui potenzialità da Big Bang ancora non sono state messe alla prova, e che perciò ancora non sono state screditate, possono salvare la speranza dalle macerie delle conclusioni premature e degli inizi abortiti. Nella vita adessista dell’avido consumatore di Erlebnisse (esperienze già vissute), la ragione di affrettarsi non è acquisire, collezionare il più possibile, ma rottamare e sostituire più che si può. (…) O il Big Bang avviene proprio ora, in questo esatto momento e al primo tentativo, oppure attardarsi in quel particolare punto non ha più senso: è tempo di spostarsi in un altro punto. Nella società dei produttori che ormai sta scomparendo dalla memoria il consiglio, in un caso simile, sarebbe stato, “insisti”. Ma non nella società dei consumatori: qui gli utensili inefficaci devono essere abbandonati, non affilati e rimessi alla prova con più competenza, più impegno e migliori risultati.</p>
<p>P.S. oggi mi hanno detto che Bauman è &#8220;facile&#8221;. Mi chiedevo cosa c&#8217;è di sbagliato nell&#8217;essere facili, meglio l&#8217;autoreferenzialità logorroica e egotica di tanti? mah&#8230;</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/eldarissa.wordpress.com/283/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/eldarissa.wordpress.com/283/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/eldarissa.wordpress.com/283/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/eldarissa.wordpress.com/283/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/eldarissa.wordpress.com/283/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/eldarissa.wordpress.com/283/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/eldarissa.wordpress.com/283/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/eldarissa.wordpress.com/283/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/eldarissa.wordpress.com/283/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/eldarissa.wordpress.com/283/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/eldarissa.wordpress.com/283/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/eldarissa.wordpress.com/283/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/eldarissa.wordpress.com/283/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/eldarissa.wordpress.com/283/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=eldarissa.wordpress.com&amp;blog=3092079&amp;post=283&amp;subd=eldarissa&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Beati quelli</title>
		<link>http://eldarissa.wordpress.com/2009/12/05/beati-quelli/</link>
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		<pubDate>Sat, 05 Dec 2009 13:32:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eldarin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[Beati quelli che non sono come sono io. Beati quelli che non si fanno prendere dall’angoscia. Beati quelli che non sentono la paura quando arriva all’improvviso. Beati tutti quelli che non sentono e non vedono. Beati quelli che non parlano con se stessi. Beati i poveri di spirito perché di costoro è questo mondo. Beati [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=eldarissa.wordpress.com&amp;blog=3092079&amp;post=282&amp;subd=eldarissa&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Beati quelli che non sono come sono io. Beati quelli che non si fanno prendere dall’angoscia. Beati quelli che non sentono la paura quando arriva all’improvviso. Beati tutti quelli che non sentono e non vedono. Beati quelli che non parlano con se stessi. Beati i poveri di spirito perché di costoro è questo mondo. Beati i contadini che la fatica non li fa pensare. Beati quelli che prendono un aereo e se ne vanno via. Beati quelli che sanno dire basta. Beati quelli che nell’aria vedono solo un mezzo per respirare. Beato il cuore di coloro che non sanno piangere. Beata la vita dei guidatori di SUV, beato il cervello dei mangiatori di carne. Io vi invidio, maledetti, invidio i vostri sorrisi. Io invidio la calma con cui sapete stare in piedi. Io invidio l’assenza di tremori. La vita tranquilla vi invidio, il sangue gelido che vi scorre dentro. Beati tutti quelli che non mi assomigliano.  Io non smetterò mai di fremere in questo modo doloroso. Mi sentirò sempre in bilico. Tutti avranno potere su di me, un cane morto, il vento freddo, l’abisso. Io non so vivere senza espormi. Io non so stare qui volendo stare altrove. Io non mi limito, non mi accontento, non mi risparmio per tempi peggiori. Io non controllo la mia ansia di vita, i miei sogni. Non so dosare, non regolo il QB, la giusta quantità. Non la conosco, non la voglio usare. Un giorno finirò, e sarà un giorno qualunque, forse sarà domani, forse oggi stesso. E avrò vissuto conoscendo la mia limitatezza, le mie povere ossa. Avrò vissuto la vita che tutti dobbiamo vivere credendo nel bene da poter dare, confidando nella generosità mia. Beati voi, umani disperatamente lontani. Io mi lamento, imploro, io piango e maledico i vostri programmi, le vostre pacatezze. Voi le rimpiangerete un giorno. Vi dispererete per i vostri telefoni spenti, per le porte chiuse, per lo sguardo disattento che avete portato in giro. Avrete nostalgia delle scelte non operate, dei rammendi continui. Io vi rimprovero tutto questo e molto altro ancora. Non è così che dobbiamo stare al mondo, non per questo abbiamo parole e cuori e polmoni. Il fiato corto è solo un impedimento che ci imponiamo. L’ictus è l’arresto di ciò che non serve a nessuno. Io sono vana e inutile e non esisto per chi non mi vede. Io sono foglia e sono terra e sono mosca e formica e grano. Quando sarà il momento non voglio sapervi al mio capezzale. Giratevi dall’altra parte, non voglio i vostri occhi su di me. Non so che farmene delle promesse, dei giuramenti disattesi. Non voglio i vostri entusiasmi di un momento, le vostre progressioni e le ritirate repentine. Voi siete umani, troppo umani. Io non vi ri-conosco. In questa vita io non ci so più stare. Non sento il calore del vostro fiato. Il freddo non mi piace. Ma sto con voi, umani malnati, uomini senza coraggio, donne senza orgoglio. Sto con le vostre inconsistenze, con i vostri “io,io,io”. Voi non mi avete. Io non ve la do la chiave. I vermi che smuovono la terra sanno bene il loro lavoro, lo sanno fare. Ci vedono meglio i cuccioli ciechi di topo che i vostri grigi acquosi occhi. Vivere, per voi, è solo un verbo da coniugare al singolare. Non sapete accarezzare, non sapete annullarvi, non sapete ascoltare. La mia voce non serve a nessuno di voi, né serve il mio pianto. Io piango per me che non vi appartengo. Non voglio scrivervi mai più, non so usare il vostro idioma. Le mie parole non vi toccano, armature potenti avete, io sono nuda. Io sono nuda e ho freddo. Le mie braccia dovranno allungarsi e solo così qualcuno mi potrà abbracciare. Sarò io stessa a coccolarmi, io sarò a dirmi parole disumane e piene. Sarò io ad ascoltarmi. Io sola.</p>
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		<title>Alla comunità provvisoria.</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Oct 2009 08:46:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eldarin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[scrivo questo post in preda ad una spiacevole sensazione, un senso di delusione e, spero me lo consentirete, di rabbia accresciuta dalla lettura di alcuni commenti al post “Idee per Cairano” e alimentata ulteriormente da un clima che, in tutta onestà, non comprendo e non mi piace. E’ come se, una parte di noi, della [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=eldarissa.wordpress.com&amp;blog=3092079&amp;post=280&amp;subd=eldarissa&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>scrivo questo post in preda ad una spiacevole sensazione, un senso di delusione e, spero me lo consentirete, di rabbia accresciuta dalla lettura di alcuni commenti al post “Idee per Cairano” e alimentata ulteriormente da un clima che, in tutta onestà, non comprendo e non mi piace. E’ come se, una parte di noi, della comunità provvisoria intendo, abbia voltato le spalle non solo al blog ma a tutto quello che in questi mesi è stato fatto di buono. Nessuno, o quasi, commenta i post, non ci sono esplicite adesioni agli eventi o ai progetti, insomma, in definitiva, c’è un silenzio di cui non riesco, perdonatemi, a comprendere i reali motivi. Cairano 7X è stata ed è un’esperienza che ci ha mostrato una strada, abbiamo fatto bene e abbiamo commesso anche degli errori, ma, di certo, tutto è stato fatto con uno spirito di generosa e disinteressata volontà di donarsi, di donare le proprie competenze, il proprio saper fare a questa terra. Nessuno è stato escluso, a nessuno è stato impedito di partecipare, ma tutti, proprio tutti, sapevano che ciò che avrebbero dato era un dono. Insomma, amici miei, mi sento di chiamare così la gran parte di voi, io davvero non riesco a capire cosa stia accadendo e quali siano i motivi che tengono lontane le vostre belle e accorate voci dal blog. io stessa ho difficoltà a scrivere e a commentare perché questo silenzio mi addolora. Dove siete? Forse sono una sciocca ottimista, ma io credo nel nostro lavoro, nel nostro progetto e so che chiunque abbia idee e voglia di fare, di discutere, di sognare,è il benvenuto. Io stessa, a suo tempo, sono stata accolta con gioia e con calore da ciascuno di voi, e da questa accoglienza, da questo calore ho tratto linfa vitale per la mia crescita e per i miei sogni, ho tratto la convinzione di continuare a credere in questa mia terra. Non m’importa se, adesso, qualcuno mi dirà che faccio della retorica, non m’importa degli eventuali commenti al vetriolo, io so che la comunità esiste, che c’è e che è una punta avanzata, molto più avanzata di quanto noi stessi crediamo, una fucina di idee e di menti libere, anche se diverse ( e meno male, dico io!) tra loro. un abbraccio e.m.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/eldarissa.wordpress.com/280/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/eldarissa.wordpress.com/280/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/eldarissa.wordpress.com/280/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/eldarissa.wordpress.com/280/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/eldarissa.wordpress.com/280/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/eldarissa.wordpress.com/280/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/eldarissa.wordpress.com/280/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/eldarissa.wordpress.com/280/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/eldarissa.wordpress.com/280/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/eldarissa.wordpress.com/280/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/eldarissa.wordpress.com/280/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/eldarissa.wordpress.com/280/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/eldarissa.wordpress.com/280/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/eldarissa.wordpress.com/280/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=eldarissa.wordpress.com&amp;blog=3092079&amp;post=280&amp;subd=eldarissa&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>clemenza</title>
		<link>http://eldarissa.wordpress.com/2009/09/11/clemenza/</link>
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		<pubDate>Fri, 11 Sep 2009 23:26:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eldarin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[c&#8217;è ancora posto per la clemenza nelle nostre pieghe interne? siamo capaci di sorridere a chi ci mostra un ghigno  che è semplice  solitudine? sono pronta a dimenticare il coltello che mi ha lacerata, la lingua che ha esposto il mio nome, l&#8217;occhio che ha creduto di vedere? mi piacerebbe alzarmi di mattina presto e sentirmi [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=eldarissa.wordpress.com&amp;blog=3092079&amp;post=277&amp;subd=eldarissa&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>c&#8217;è ancora posto per la clemenza</p>
<p>nelle nostre pieghe interne?</p>
<p>siamo capaci di sorridere</p>
<p>a chi ci mostra un ghigno </p>
<p>che è semplice  solitudine?</p>
<p>sono pronta a dimenticare</p>
<p>il coltello che mi ha lacerata,</p>
<p>la lingua che ha esposto il mio nome,</p>
<p>l&#8217;occhio che ha creduto di vedere?</p>
<p>mi piacerebbe alzarmi di mattina presto</p>
<p>e sentirmi chiedere &#8220;come stai?&#8221;.</p>
<p>mi piacerebbe che ogni cane randagio</p>
<p>avesse cibo per l&#8217;inverno</p>
<p>e un posto dove stare</p>
<p>e che una mano gli venisse tesa</p>
<p>non per colpire</p>
<p>ma per accarezzare.</p>
<p>                                       [e.m. 2008]</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/eldarissa.wordpress.com/277/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/eldarissa.wordpress.com/277/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/eldarissa.wordpress.com/277/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/eldarissa.wordpress.com/277/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/eldarissa.wordpress.com/277/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/eldarissa.wordpress.com/277/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/eldarissa.wordpress.com/277/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/eldarissa.wordpress.com/277/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/eldarissa.wordpress.com/277/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/eldarissa.wordpress.com/277/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/eldarissa.wordpress.com/277/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/eldarissa.wordpress.com/277/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/eldarissa.wordpress.com/277/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/eldarissa.wordpress.com/277/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=eldarissa.wordpress.com&amp;blog=3092079&amp;post=277&amp;subd=eldarissa&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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