ma quand’è che le persone sono veramente state insieme?quand’è che è esistita veramente la comunità?
se guardo indietro la risposta è semplice: mai. tutta la storia, la storia degli uomini, è fatta di suddivisioni, guerre, identificazioni, e soprattutto, da tentativi continui di esclusione.
io sono perché sono diverso da te, noi siamo quello che non sono altri
io sono bianco, tu sei nero, il papavero è rosso.
tutti modi per de-finire, per chiudere, per escludere.
te lo ricordi tu un momento, un solo momento nella vita di questa specie che sia stato veramente unitario?
l’uomo è un animale sociale, ma solo per necessità, per sopravvivere deve stare con i suoi simili, per riprodursi e per assicurarsi un futuro come specie.
la comunità non può essere identificata con il paese, il paese è già di per sé un luogo escludente, ha confini, limiti, case, portoni, atri, finestre, stanze, ha famiglie, nuclei chiusi, e poi ha amici e nemici, altri nuclei, e estranei, altri esclusi, e cani, animali, altri esclusi ancora, usati solo al nostro piacere.
ma che cos’è la comunità? le donne in chiesa di domenica tutte davanti e gli uomini dietro?
la morte vissuta con i vicini di casa? casa, luogo escludente, luogo chiuso.
no, la comunità non può essere più questo, i paesi hanno dato il modello alle città, mica i campi, mica le foreste, mica gli uccelli che stanno tutti insieme sullo stesso albero?
la comunità è un’idea malsana, sbagliata perché la si fa corrsipondere a un modello malato e tragicamente volento, quello umano.
le cose che scriviamo possono anche essere molto belle, ma hanno un problema di fondo, sono relegate in uno spazio chiuso e limitate per loro stessa natura, non si aprono all’esterno, perché, per noi, l’esterno è solo l’umano, la specie umana, con tutte le sue estensioni, internet, facebook etc.
invece si dovrebbe provare a scrivere per quella poiana che diciamo ci commuove, per il pero selvatico che non leggerà mai un libro, e non per gli uomini, non per loro.
la parola, la parola è un prodotto umano. allora bisognerebbe usarla in modo diverso, non per consolare, non per lamentarsi, non per ricordare o per declamare. bisognerebbe usarla per sfondare il muro che è essa stessa, bisognerebbe negarla e poi farla rinascere, ucciderla e poi rianimarla. e poi provare a parlare, a usare la parola con chi non la usa e non la conosce. forse così potremmo pensare di creare un luogo universale, un corpo universale comunitario.
0 Risposte a “IN-COMUNITA’”