14
set
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IL FERMENTO E LA MORTE.

In questi giorni di un settembre freddo e già quasi autunnale, pare che l’Irpinia sia in fermento, così sembra andando su facebook e leggendo i giornali locali. Si ha come l’impressione, a prima vista, che la cosiddetta e tanto invocata società civile sia tornata dalle vacanze e improvvisamente si sia ricordata dei problemi che affliggono questa terra, problemi che non sono mai finiti, e che perduravano pure mentre gli irpini affollavano le spiagge italiane e straniere. Ma noi siamo fatti così, noi ci svegliamo solo quando è il nostro “particulare” ad essere intaccato, solo quando la pietra ci sfiora, quando la goccia di pioggia ci bagna. Per il resto, il mondo può anche andare in malora, gli operai possono continuare a morire pulendo le cisterne, le donne possono essere condannate alla lapidazione, le foreste possono essere incendiate e il territorio può subire assalti pericolosissimi. Ciò che conta è che tutto questo avvenga alla giusta distanza da noi, dal nostro recinto personale o collettivo. Solo se il piede entra lì dentro, noi ci indigniamo, ci ricordiamo che c’è gente che muore di malasanità, che la sanità non esiste o che non esiste per tutti, che i fantasmi delle megadiscariche sono solo allontanati ma non fugati del tutto, che la direzione ostinatamente cieca che l’umanità ha preso da tempo è suicida, suicida come la morte volontaria e tumultuosa dei lemmings che si buttano dalle scogliere tutti insieme a migliaia. Io non credo, e non me ne vergogno, nelle lotte cosiddette “civili”, non ci credo quando avvengono con questa tempistica e in questi modi. Non ci credo perché so bene che così come si accendono, così possono spegnersi ad un solo cenno dei “potenti”. Io non credo negli Irpini. La nostra è una terra di marciume, scomodare le pochissime lotte vere che ha affrontato il popolo irpino è un’operazione che non ci riscatta da decenni di egoismo autistico e di scempi preordinati. E non basta cospargersi il capo di cenere e dire: mi dispiace, abbiamo sbagliato. Certo, si deve manifestare, si deve scendere in piazza, ma con chi? Questa è la domanda. Chi fra di noi ha le mani e la coscienza così pulite da potersi veramente opporre alla corruzione, all’indecenza, alla questua continua a cui assistiamo da anni per un posto di lavoro, per un appalto, per un certificato? Siamo bravissimi a tuonare contro l’ingiustizia lampante, ma, nel quotidiano, viviamo nell’equivoco, nell’ambiguità del compromesso e tenere la testa alta è un esercizio faticoso e costoso. La vera innocenza sta altrove, sta in quest’aria pulita che ci passa addosso e ci dice parole che vengono da lontano, ci porta odori, suoni che non sappiamo più avvertire. La vera innocenza sta nello sguardo rassegnato e mite degli animali trascinati nelle giostre pagane delle feste estive, sfiancati dalla fatica e imbellettati come umani, visioni oscene per le quali nessuno si indigna, in nome della “tradizione”. E sta nella terra, nelle tue mani che si sporcano quando la tocchi, nelle argille che la tengono insieme e la fanno morbida, malleabile. Da qui bisogna partire per ritrovare il senso di una lotta, che deve essere pratica quotidiana e individuale e non populismo sanfedista, quello stesso che ci ha tenuti sotto gioghi diversi per centinaia di anni. Leggo ora che in un ospedale dell’irpinia d’oriente un giornalista ha scovato una storia degna delle prime pagine, una storia che Berlusconi non tarderà a fare propria per dimostrare la generosità del suo regno. Il sovrano extra legem accorderà la dovute cure al povero ghanese e il popolo irpino, che lo ha votato in massa, votando di fatto la dinastia di Nusco, si commuoverà di fronte a tanta magnanimità. Elemosina e razzismo, filantropismo paternalistico e esposizione del dolore, nient’altro che questo. Io non sono credente, ma so che i cristianesimo, non il cattolicesimo, ha predicato, nei suoi anni migliori, l’amore per il prossimo, so che i cristiani compivano in silenzio e con grande compostezza i loro atti di misericordia, e so che il bene, quello vero, si fa nell’anonimato, senza circhi mediatici, senza strombazzamenti, senza fiere della bontà. La smania di apparire ci porta a corrompere anche i nostri gesti migliori, così non diventiamo diversi dalle multinazionali che pubblicizzano il loro impegno per l’ambiente mentre sfruttano le risorse dei paesi cosiddetti arretrati. Ci trucchiamo e andiamo in scena, poi, spenti i riflettori, ognuno torna a casa sua, a litigare col vicino per i confini, per la proprietà, a saltare la fila alla posta, a evadere, se si può, le tasse, a prendere contributi che non gli spettano, a fottere il prossimo. L’Irpinia si sarebbe risvegliata, secondo quanto mi dicono i social network e i giornali. No, non si è svegliata, si sta semplicemente agitando come un pesce preso all’amo e sbattuto sulla sabbia, sta facendo quello che ha sempre fatto,quello che le viene meglio. Sta morendo, o forse è già morta, e la cosa peggiore è che non se ne è nemmeno accorta.


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