Archivio per settembre 2010

26
set
10

Il mondo è morto

il mondo è morto.

facciamoci le condoglianze l’uno con l’altro. il mondo degli umani, degli uomini e delle donne è morto dopo un’agonia di centinaia di anni. forse è morto il 16 febbraio del 1600, mentre giordano bruno bruciava sul rogo a campo de’fiori. o forse era già morto prima, quando la peste nel XIV secolo dimezzò la popolazione europea. o forse è morto un poco dopo, quando eleonora pimentél de fonseca fu impiccata senza mutande a piazza mercato mentre il popolo dei lazzari napoletani e sanfedisti le guardavano sotto il vestito. no, il mondo è morto molto prima, quando la logica ha preso il sopravvento in maniera strisciante e subdola sull’istinto. quando in nome della nostra presunta superiorità di specie, abbiamo iniziato ad allevare e ad uccidere, quando abbiamo deciso di costruire mura intorno alle città, insediamenti puzzolenti di merda e di piscio dove ogni spazio delimitava una solitudine, una casa abitata da altri morti che litigavano con i vicini per il confine, per le pecore, per la proprietà. la morte è un evento definitivo, e noi abbiamo bisogno solo di eventi definitivi, unici, senza scampo. per troppo tempo abbiamo creduto di poterci salvare, mentre invece non c’era alcuna salvezza e già stavamo morendo. abbiamo usato la filosofia per convincerci che sapevamo pensare, che sapevamo usare la testa e che, quindi, eravamo vivi. nella nostra testa non eravamo noi a muoverci, ma i vermi, le sinapsi erano il loro strisciare, la terra che spostavano. gli occhi già non c’erano più, e quello che abbiamo visto era solo una rappresentazione consolatoria, un’immagine che ci eravamo costruiti ad arte. siamo bravissimi a prenderci in giro, a iluderci della nostra vitalità curiamo i nostri corpi, produciamo merci, le acquistiamo e così ci riempiamo la vita. ma quale vita? la vita non c’è più in questo mondo, è fuggita via, è andata a nascondersi quando ha visto come volevamo usarla, che commercio intendevamo farne, come pensavamo di esporla, di metterla in ridicolo, di svilirla. il mondo è morto quando l’ultimo lupo è stato ucciso e appeso per la gola nel paese più disperso degli appennini. quando i pescatori hanno smesso di lottare alla pari con i tonni nel canale di sicilia, quando abbiamo costruito i lager dove alleviamo i polli che poi le nostre mamme danno da mangiare, slavati, bianchi, ai bambini, bianchi e slavati pure loro, senza anima, senza cuore, destinati a diventare altri morti e ora solo in fase di coma irreversibile. nessuno grida più, nessuno piange veramente, nessuno si abbraccia con vero calore.

facciamo il funerale a questo nostro misero mondo. scambiamoci frasi su come eravamo buoni e bravi. portiamo lunghi vestiti neri adatti al lutto e stiamo in silenzio. spegniamo le comunicazioni, annulliamo le parole, che restino solo pochi gesti semplici e poche, pochissime cose, quelle essenziali. smettiamo di correre, tanto siamo morti, non facciamo progetti, non investiamo denaro. i morti non le fanno queste cose. i morti sono composti, silenziosi, dignitosi e veri, qualità che abbiamo perduto da troppo tempo per poterci definire vivi.

solo la morte può renderci di nuovo belli e furenti. la morte non è una cosa brutta, la morte è pulizia, è rinascita e inizio.

non ci ha uccisi nessuno, siamo morti da soli, guardando il nulla, pensando al futuro, accumulando o dissipando, muovendoci o stando fermi, a letto, per strada, vicino a un camino o ad una festa.

nessuno ci ha ammazzati, o tutti.

ora possiamo organizzare un bel funerale, un funerale di stato, un funerale mondiale. e poi stare fermi, immobili, austeri finalmente, finalmente dignitosi e innocenti.

torneranno le selve sui nostri mostri, sulle strade, sulle case, e negli stessi cimiteri. e torneranno altri uomini, insieme agli animali, ai rovi. ed è chiaro che tutto questo noi che siamo morti non lo potremo vedere. ma dobbiamo lasciare questo mondo, dobbiamo liberarlo dalla nostra ingombrante presenza, togliergli le mani dal collo, lasciarlo respirare.

si riorganizzerà più velocemente di quanto crediamo, il mondo, perché non è nostro, non lo è mai stato e solo noi abbiamo creduto di poterlo comprare. ma l’aria non si compra e nemmeno il vento, il mare, la neve. non si compra tutto questo immenso splendore del quale noi non partecipiamo, mai abbiamo saputo partecipare.

smettiamola di agitarci e fissiamoci nella nostra posizione di defunti, sorridenti come gli etruschi, ieratici come gli egizi. scegliamo quella che più ci piace e diamoci pace perché siamo morti, finalmente e inesorabilmente morti.

14
set
10

IL FERMENTO E LA MORTE.

In questi giorni di un settembre freddo e già quasi autunnale, pare che l’Irpinia sia in fermento, così sembra andando su facebook e leggendo i giornali locali. Si ha come l’impressione, a prima vista, che la cosiddetta e tanto invocata società civile sia tornata dalle vacanze e improvvisamente si sia ricordata dei problemi che affliggono questa terra, problemi che non sono mai finiti, e che perduravano pure mentre gli irpini affollavano le spiagge italiane e straniere. Ma noi siamo fatti così, noi ci svegliamo solo quando è il nostro “particulare” ad essere intaccato, solo quando la pietra ci sfiora, quando la goccia di pioggia ci bagna. Per il resto, il mondo può anche andare in malora, gli operai possono continuare a morire pulendo le cisterne, le donne possono essere condannate alla lapidazione, le foreste possono essere incendiate e il territorio può subire assalti pericolosissimi. Ciò che conta è che tutto questo avvenga alla giusta distanza da noi, dal nostro recinto personale o collettivo. Solo se il piede entra lì dentro, noi ci indigniamo, ci ricordiamo che c’è gente che muore di malasanità, che la sanità non esiste o che non esiste per tutti, che i fantasmi delle megadiscariche sono solo allontanati ma non fugati del tutto, che la direzione ostinatamente cieca che l’umanità ha preso da tempo è suicida, suicida come la morte volontaria e tumultuosa dei lemmings che si buttano dalle scogliere tutti insieme a migliaia. Io non credo, e non me ne vergogno, nelle lotte cosiddette “civili”, non ci credo quando avvengono con questa tempistica e in questi modi. Non ci credo perché so bene che così come si accendono, così possono spegnersi ad un solo cenno dei “potenti”. Io non credo negli Irpini. La nostra è una terra di marciume, scomodare le pochissime lotte vere che ha affrontato il popolo irpino è un’operazione che non ci riscatta da decenni di egoismo autistico e di scempi preordinati. E non basta cospargersi il capo di cenere e dire: mi dispiace, abbiamo sbagliato. Certo, si deve manifestare, si deve scendere in piazza, ma con chi? Questa è la domanda. Chi fra di noi ha le mani e la coscienza così pulite da potersi veramente opporre alla corruzione, all’indecenza, alla questua continua a cui assistiamo da anni per un posto di lavoro, per un appalto, per un certificato? Siamo bravissimi a tuonare contro l’ingiustizia lampante, ma, nel quotidiano, viviamo nell’equivoco, nell’ambiguità del compromesso e tenere la testa alta è un esercizio faticoso e costoso. La vera innocenza sta altrove, sta in quest’aria pulita che ci passa addosso e ci dice parole che vengono da lontano, ci porta odori, suoni che non sappiamo più avvertire. La vera innocenza sta nello sguardo rassegnato e mite degli animali trascinati nelle giostre pagane delle feste estive, sfiancati dalla fatica e imbellettati come umani, visioni oscene per le quali nessuno si indigna, in nome della “tradizione”. E sta nella terra, nelle tue mani che si sporcano quando la tocchi, nelle argille che la tengono insieme e la fanno morbida, malleabile. Da qui bisogna partire per ritrovare il senso di una lotta, che deve essere pratica quotidiana e individuale e non populismo sanfedista, quello stesso che ci ha tenuti sotto gioghi diversi per centinaia di anni. Leggo ora che in un ospedale dell’irpinia d’oriente un giornalista ha scovato una storia degna delle prime pagine, una storia che Berlusconi non tarderà a fare propria per dimostrare la generosità del suo regno. Il sovrano extra legem accorderà la dovute cure al povero ghanese e il popolo irpino, che lo ha votato in massa, votando di fatto la dinastia di Nusco, si commuoverà di fronte a tanta magnanimità. Elemosina e razzismo, filantropismo paternalistico e esposizione del dolore, nient’altro che questo. Io non sono credente, ma so che i cristianesimo, non il cattolicesimo, ha predicato, nei suoi anni migliori, l’amore per il prossimo, so che i cristiani compivano in silenzio e con grande compostezza i loro atti di misericordia, e so che il bene, quello vero, si fa nell’anonimato, senza circhi mediatici, senza strombazzamenti, senza fiere della bontà. La smania di apparire ci porta a corrompere anche i nostri gesti migliori, così non diventiamo diversi dalle multinazionali che pubblicizzano il loro impegno per l’ambiente mentre sfruttano le risorse dei paesi cosiddetti arretrati. Ci trucchiamo e andiamo in scena, poi, spenti i riflettori, ognuno torna a casa sua, a litigare col vicino per i confini, per la proprietà, a saltare la fila alla posta, a evadere, se si può, le tasse, a prendere contributi che non gli spettano, a fottere il prossimo. L’Irpinia si sarebbe risvegliata, secondo quanto mi dicono i social network e i giornali. No, non si è svegliata, si sta semplicemente agitando come un pesce preso all’amo e sbattuto sulla sabbia, sta facendo quello che ha sempre fatto,quello che le viene meglio. Sta morendo, o forse è già morta, e la cosa peggiore è che non se ne è nemmeno accorta.




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