In questi ultimi mesi ho volontariamente sospeso la scrittura, forse in segno di protesta, forse di pigrizia, forse perché mi sono sentita, ancora una volta, sconfitta, trasparente, delusa. La nostra “terra che soffre” ha preteso il suo dazio, il pagamento di sudore, lavoro e fatica in cambio di indifferenza e, spesso, astiosa malsopportazione (vocabolo che, volontariamente, non cerco sul dizionario).
Questa estate, mentre ero sul Formicoso in totale isolamento e silenzio, con gli occhi rivolti a terra, come richiede ciò che faccio,camminando per ore cercando segni, tracce, relitti di tempi andati e volontariamente cancellati, oppure mentre scavavo in altura, su quello strano crinale di arenaria che, un tempo, è stata un’arce sannitica e, dopo, una colonia romana, sentivo la solitudine.
La potevo toccare con mano, negli sguardi diffidenti, nelle battute acide, nei tentativi di delegittimazione; la avvertivo nelle domande ironiche, nelle sopracciglia inarcate- furtivamente- di molti. E, sempre più spesso, sempre di più, mi sentivo vicina a quei “pazzi” di cui Franco Arminio parla e scrive così bene, quelli che danno da mangiare ai cani randagi rinsecchiti e smunti, quelli che passano ore a discutere con chi non li ascolta se non per prenderli in giro, quelli che si siedono sui “davanzali” dell’Irpinia da soli e chissà a cosa pensano, quelli che si intestardiscono su un’idea e la portano avanti per tutta la vita, fino a farla diventare un’ossessione. Relegati ad un ruolo, ipocritamente accettati, se non danno troppo fastidio, ma sempre, per sempre ormai, “pazzi”.
In questi anni, ormai quasi quindici, di scavi e di trasferte e di case in fitto, o di chilometri macinati all’alba e, poi, di nuovo, al tramonto, ne ho visti e conosciuti tanti di “pazzi” ed è tra di loro che ho trovato la maggiore dose di umanità, l’innocenza, il candore quasi infantile, la curiosità che ti fa brillare ancora gli occhi.
Gli altri, i cosiddetti normali,camminano a testa bassa, attenti a non commettere passi falsi, preoccupati, quasi, di non uscire fuori rotta, spenti nelle loro vite, privi di dubbi, certi, almeno in apparenza, di ciò che sono e di chi, soprattutto, sono gli altri.
E’ questa fissità, questa rassegnata e costante catalogazione dei tipi che rinfaccio alla “mia” Irpinia, questa incapacità di amare, e non semplicemente di tollerare, l’altro per come è, per la sua diversità, anche per la sua pazzia.
Lo so che scrivere un post come questo, adesso, può sembrare un controcanto a tutte le cose che ci sono da fare, e per le quali la CP ha la mia totale disponibilità, ma non ne posso più di questo grigiore diffuso, dell’assenza di sorrisi, dell’incapacità, cronica, di indignarsi davvero che ho visto e che continuo a vedere tutto intorno, fuori dal recinto della comunità, nel mondo di ogni giorno.
Sappiamo tutti benissimo che è in atto un attacco selvaggio al nostro territorio, un attacco che non viene dall’esterno, ma da chi, pur essendo irpino, vuole che questa terra si (s)popoli di nonluoghi: strade(ancora??!!!), centri commerciali ed altre amenità, perché non sopporta che le persone si aggreghino, si parlino e, soprattutto, pensino, propongano e comprendano cosa accade intorno a loro.
Ne avrei di episodi da narrare in tal senso,e quando penso a tutti quelli che, ogni giorno, partono per non tornare, mi chiedo se non sia più giusto così:forse questa terra la si può amare solo da lontano, lontano da chi la popola e, coscientemente, la sta omologando e distruggendo; forse la vera salvezza dell’Irpinia è ricreare, altrove, un’altra Irpinia, scevra dall’oleografiche immagini di un passato che è andato via e libera dal futuro che le si vuole preparare.
O, forse, la Comunità può riaccendere il fuoco dell’amore, della comunicazione, del riconoscimento dell’altro, ed è per questo che io ci sono, provvisoriamente, come tutti del resto, ma ci sono. Forse una visione trasversale è possibile, ma solo se altrettanto possibile diviene l’ascolto, l’accoglienza,l’accettazione. Forse chi resta è un “pazzo” e, come tale, può permettersi di guardare al mondo, alla nostra terra, ribaltando gli schemi, distruggendo i luoghi comuni, reinventando segni e linguaggi.
Non voglio vedere gli adolescenti irpini trascorrere le domeniche nelle finte piazze dei vulcani buoni, ma nemmeno posso credere al valore di una fissità passiva che rischia di trasformare la nostra “terra di mezzo” in un nonluogo tutto particolare, popolato di fantasmi passati e di futuri mostri.
Allora, che cosa c’è da fare?
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