Viene poi il popolo degli Irpini, anch’essi di ceppo sannita. Ricevettero questo nome dal lupo che fece da guida alla loro migrazione:
i Sanniti chiamano hirpos il lupo.
Confinano con i Lucani dell’entroterra.
Strabone, 5.4.12
VIAGGIO IMMAGINARIO IN UNA TERRA DI MEZZO
E’ l’alba quando mi alzo per raggiungere l’area degli scavi, ho sonno, come sempre, e mi chiedo perché una persona che ama dormire abbia scelto un lavoro così mattiniero. Nella mente i problemi di cantiere, gli operai, i turni, la documentazione da tenere in ordine,gli articoli da consegnare; negli occhi il sole che intuisco dietro le colline mentre corro verso il primo bar del paese per il primo caffè. Giornata tipo.
Forse oggi sarò fortunata e troverò tracce, magari pietre, piscuni, o forse no, forse passerò il tempo a scrivere, setacciare, fotografare i segni della stratificazione del tempo sull’assenza.
Questa è la mia Terra di mezzo (la definizione io la mutuo da Tolkien:non mi meraviglierei se questi luoghi fossero stati abitati da Ent, Hobbit o Elfi), dove ogni operaio ha una storia da raccontare, ogni paesano passa, si ferma, saluta, quasi mai chiede cosa stiamo facendo, mi rivolge sguardi increduli e, poi,casomai, mi invita a pranzo a casa sua, dove sua moglie, che ha delle splendide trecce bianche avvolte dietro la nuca, a crocchia, si preoccupa che io stia tutto quel tempo sotto il sole e mi esorta energicamente a mangiare.
Ogni tanto, soprattutto quando scavo in altura, chiudo gli occhi e cerco ostinatamente di ascoltare la terra, a volte ci parlo, mi arrabbio quando non mi risponde, quando ostinatamente si sottrae alle mie domande.
Una terra di mezzo è così: avara, diffidente, sadica, a volte, capace di farti girare in tondo per giorni prima di regalarti un indizio, una traccia. Una terra di mezzo ha argille marroni e, poi, verdognole e, ancora, azzurrine come lapislazzulo, come smeraldi.
Ha rocce calcaree o arenarie giallastre.
Le donne di Bisaccia, nell’età del ferro, erano abilissime a lavorare la lana, avevano ruoli di prestigio nella società, lo racconta la ricchezza delle loro tombe: seppellite con decine di bracciali di bronzo per potersi presentare nell’altra vita al massimo del loro splendore, con tutti i segni della loro funzione.
Società , sesso e funzione, tre elementi essenziali per comprendere quel mondo.
Ogni individuo ha una sua funzione, un ruolo, che non termina con la morte, ma che, attraverso la morte, va stigmatizzato per sempre.
I contadini di Ariano, all’inizio del secolo scorso, pagavano con vasi antichi il veterinario o il farmacista, la collezione Santoli, dispersa nei musei e nelle collezioni private di mezza Europa alla morte di don Vincenzo, le lettere di Oscar G. Onorato che si lamentava, negli anni ’60, della penuria di fondi per gli scavi in Irpinia, una terra che, a suo avviso, avrebbe avuto, invece, di che vivere sull’archeologia.
A Villamaina, davanti allo scavo, ogni giorno, passava un pastore con le sue pecore e le sue capre; qualche minuto dopo, ogni giorno, per due mesi, li seguiva un caprone, splendido, marrone, con occhi azzurri e corna tornite. Era zoppo, ma seguiva il suo gregge e lo chiamava con un belato così penetrante che , ogni giorno, mi straziava il cuore. Quando arrivava davanti al nostro saggio, si fermava, ci guardava per un momento in silenzio, e, poi, continuava la sua andatura difficile e faticosa, quasi a rimarcare la nostra assoluta inconsistenza nella vita vera, quella della sagliuta, della fatica, del lavoro.
Pastori erano, soprattutto pastori, perché c’era l’acqua, il verde, i prati. Pastori che non potevano permettersi la comodità di villaggi in pianura, ma solo postazioni d’altura, recintate, difese e buone per controllare il gregge ed i passaggi altrui.
Pastori, prima, e mercenari, soldati, poi. Sallustio lo dice che i Romani appresero proprio dai Sanniti alcune tecniche di guerra; ce lo dicono gli elmi, le corazze, le lance, gli schinieri delle tombe maschili. Affascinati, come tutti, dal mondo greco, dalle sue raffinatezze. Da loro compravano il vino, i profumi pregiati, le coppe ed i vasi per i banchetti, gli ori come quelli, splendidi, fabbricati dagli orafi di Taranto, che poi donavano alla Mefite.
Società, sesso e funzione. Ancora e ancora.
Allora è vero che ciò che mi affascina di tutto questo ricercare è quel seme di energia che ha spinto uomini e donne ad abitare quì, pur fra mille difficoltà, le difficoltà di chi non è “gente di pianura”.
Ver sacrum, lupo, totem, migrazioni: la verità è che noi siamo il frutto di una eterna migrazione che, migliaia di anni fa, spinse altri a migrare e, come un domino, costrinse un po’ tutti a spostarsi. Il leitmotiv era uno solo: la montagna, l’altura e non la costa, i fiumi e non il mare, la terraferma, speranza sempre disillusa di stabilità.
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